
‘L’ho scritta al pianoforte alle sei e ventisei del mattino, a Bologna. Dentro a questa canzone di soli quattro minuti e mezzo c’è un mio piccolo, umile ‘romanzo’. Penso che le persone abbiano sempre più bisogno di immagini nelle canzoni, perché sempre più gente sembra far fatica a chiudere gli occhi ed immaginare mondi diversi dal proprio. Questa canzone si pone l’obiettivo di raccontare, strofa dopo strofa, le vicende di un uomo disperato, al confine tra la notte e il giorno. Bologna (ma forse ogni città italiana in generale) è capace di mischiare ingredienti diversi sotto lo stesso cielo: il sacro e il profano, le prostitute seminude sui viali del centro storico e le chiese illuminate a giorno durante tutta la notte. Il profumo delle osterie e del buon vino che accarezza i portici ogni sabato sera e l’odore d’incenso delle processioni la domenica mattina. Da una parte l’infinita pianura padana, la via Emilia ricca di sapori di terra antica e tradizioni nate dalla povertà, dall’altra il mare, le discoteche per i giovani, la contagiosa voglia di divertirsi dei romagnoli e le ragazze che ti fanno girare la testa più di un bicchiere di Sangiovese. La fame di saggezza laica dell’Università più antica d’Europa e le certezze assolute di una chiesa tanto in crisi quanto ancora potente sotto le due torri… ‘Le sei e ventisei’ è un inno a tutto questo, non soltanto alla notte. è un omaggio a chi come me ha pensato che forse, andando a vedere bene, smussando la paura, rischiando un po’ di più, si incontri la verità. Mentre la scrivevo avevo in mente i cantautori che ho amato di più: Lucio Battisti, Bob Dylan, Lucio Dalla, Vasco Rossi, Giorgio Gaber, Francesco De Gregori. Forse questa canzone è il risultato di tante briciole di questi cantautori, unite a comporre una ricetta nella quale mi riconosco con grande consapevolezza: il pop che non rinuncia a dare importanza alle storie che racconta.’